TCK Talk: Inseguire la Propria Chiamata

Cosa significa davvero inseguire la propria chiamata? In questo racconto personale, due TCK condividono il loro percorso tra dubbi, scoperta e fede, imparando a distinguere la propria strada da quella dei genitori.

4/28/20264 min leggere

In quanto TCK, il nostro desiderio è quello di vedere altri TCK utilizzare le loro esperienze di vita e le loro capacità per servire diversi gruppi etnici o dedicarsi ad aiutare in un contesto interculturale. La percentuale dei TCK che scartano o provano un rifiuto verso la chiamata missionaria è alta e, come TCK anche noi, il nostro cuore piange davanti a questa realtà.

Sin da piccola ho sempre avuto la percezione di essere diversa dagli altri. Non in una maniera necessariamente negativa, ma semplicemente non mi sentivo conforme alla norma. Crescendo ho sviluppato la consapevolezza di avere una comprensione più ampia del mondo.

Quand’ero piccola ho sempre dato per scontato il lavoro dei miei genitori. Ero consapevole che papà viaggiasse spesso e che dovessimo visitare diverse chiese, di cui non ero a conoscenza, quando andavamo a trovare parte della mia famiglia dall’altra parte del mondo, negli Stati Uniti. Non pensavo che ciò che facessero i miei genitori fosse così diverso dagli altri mestieri dei genitori dei miei amici. Con il passare del tempo ho capito che mi sbagliavo. Ho iniziato a comprendere in maniera più consapevole e dettagliata ciò che facessero i miei genitori, a causa della mia curiosità ma soprattutto grazie a loro, che sin da piccoli hanno reso me e i miei fratelli consapevoli e partecipi di ciò che facevano.

Ciò nonostante, quando un amico oppure una persona non cristiana mi chiedeva quale mestiere svolgessero i miei genitori, rimanevo sempre allibita. Non sapevo mai da dove iniziare, cosa raccontare e quali particolari tralasciare per far comprendere a un non credente la loro visione, ma soprattutto ciò che Dio ci chiama a fare. Spesso rispondevo in maniera poco dettagliata e breve, perché avevo timore che mi facessero domande a cui non avessi risposta.

Molte sono state le occasioni in cui abbiamo viaggiato in altre nazioni per partecipare a eventi o conferenze alle quali dovevano partecipare i miei genitori. In maniera particolare, quando avevo sedici anni, io e la mia famiglia abbiamo partecipato a una conferenza in cui si incontrarono missionari da tutte le parti del mondo per condividere ciò che Dio stava facendo nelle varie nazioni. Credo che sia stato proprio durante quella conferenza che io abbia compreso realmente quanto fosse importante e bello il lavoro dei miei genitori e quanto fossi privilegiata nell’avere genitori che servissero il Signore in quella maniera.

Durante quei giorni sono arrivata alla consapevolezza che avrei voluto fare proprio ciò che i miei genitori e tante altre persone che avevo incontrato facevano: servire il Signore per raggiungere i non raggiunti. Ho pensato che, anche se fossi diventata soltanto un granello di ciò che sono e fanno i miei genitori, sarei stata più che benedetta. Comprendevo perfettamente che ci fossero tante sfide che i miei affrontavano, ma ho realizzato anche quanta gioia ci fosse nel vedere persone equipaggiate e disposte a partire dall’altra parte del mondo per condividere il nome di Gesù.

Da quella conferenza credo che Dio abbia progressivamente fatto crescere nel mio cuore il desiderio di partire e di visitare persone ancora non raggiunte. Ed è stato proprio così. Quattro anni dopo sono partita per la Norvegia. Ho partecipato a una scuola di discepolato per sei mesi, dove ho avuto l’opportunità di servire in una nazione non raggiunta: il Giappone.

Dopo questa esperienza posso dire che, crescendo, ho realizzato che non soltanto il lavoro dei miei genitori è degno di essere raccontato ad altri come testimonianza, ma posso anche affermare con maggiore consapevolezza che Dio ha un piano dettagliato per ognuno di noi. Non affida a me il cuore e la chiamata che ha dato a mia madre e a mio padre, ma ne crea una diversa per me. Nella sua immensa grazia, il Signore desidera avere una relazione personale con noi e ci invita a collaborare con Lui in modi diversi nella sua grande chiamata.

Ricordo bene quando i miei genitori ci parlarono per la prima volta dell’idea di partire per il Nord Africa. Siamo stati in diverse nazioni, tutte con lo scopo di portare l’amore di Gesù e la sua buona notizia a coloro che non l’hanno mai sentita. Ricordo che per me questo era importante. So che molti TCK non vivono bene questa realtà, perché la chiamata “dei genitori” viene percepita come molto più grande e importante del proprio ruolo come figli.

Con molta onestà, non so cosa sia stato diverso nella mia vita. So solo che, ovunque andassi, non mi soffermavo sulle mie sofferenze, ma sull’amore e sull’urgenza negli occhi delle persone che incontravano Gesù per la prima volta.

Forse è stato perché mio padre ha sempre dato voce in capitolo a me e a mio fratello, credendo che Dio parli a tutta la famiglia. Forse è stato perché io e mio fratello conoscevamo il cuore che pulsava nel petto dei nostri genitori. Non solo: sento anche di dover chiedere scusa a tutti i TCK che si sono sentiti meno importanti rispetto alla chiamata dei propri genitori.

A me Dio ha parlato chiaramente all’età di 14 anni. Mi ha fatto una domanda: “Sei disposta a morire per me?”. Ricordo che ero consapevole di non comprendere al 100% quella domanda, ma risposi: “Una cosa ho imparato nella mia corta vita, ed è che vale la pena dirti di sì”.

Caro TCK, se posso consigliarti una sola cosa per la tua vita, è questa: chiediti “cosa sono disposto a fare per Dio?”. Che sia la chiamata o altro, sei disposto a sacrificarti per Dio? Sei stato pensato da Dio, che ha un piano per la tua vita.

Genitori, non date per scontato che i vostri figli capiscano o comprendano il perché di ciò che fate. Prendete del tempo per spiegare e condividere il cuore dietro al vostro stile di vita come famiglia. Dio chiama TUTTA la famiglia. Che la vostra chiamata non diventi, per i vostri figli motivo di lontananza da Dio, ma un’occasione per conoscerlo in modo diverso.

TCK, non limitarti a guardare la tua vita come il risultato delle scelte prese dai tuoi genitori. Dio ha un piano per ognuno di noi, individuale e personale. Il nostro incoraggiamento è quello di chiederti: “Perché ho vissuto tutto questo?”. Non indurire il tuo cuore a quella che può essere la chiamata che il Signore ti affida, perché tiene conto di tutte le tue abilità e delle caratteristiche da TCK che ti rendono unico e speciale.

Chissà, potrebbe chiamare proprio te. Ricorda: vale la pena rispondere “sì” a Dio.